Quello che segue è un articolo scritto tempo fa, riguardante questo sito e il perchè di alcune scelte rispetto ad esso. E’ stato rivisto e adeguato ad oggi, il post è piuttosto lungo ma propone riflessioni interessanti:
E’ dalla fine degli anni ‘80, cioè da prima ancora dell’avvento di Internet come fenomeno di massa, che mi occupo - per passione e per lavoro - di studiare, indagare e realizzare modelli di utilizzo sociale ed educativo del personal computer. Dei primi anni ricordo bene lo spirito quasi pioneristico con cui, insieme a pochi altri personaggi, ci si avvicinava alla tecnologia di allora, in cui era appena visibile l’idea di quello che poi sarebbe stato il futuro. Parlo di anni in cui tutto poteva apparire emozionante e rivoluzionario: il suono del modem, lo schermo di avvio del Macintosh, i primi file audio in mono, la prima grafica animata, i welcome screen delle prime BBS. Mai nulla di scontato ma una continua, progressiva scoperta di novità, novità che oggi - in versioni più o meno evolute - sono sulle scrivanie di ognuno di noi.
Essere stato uno degli anticipatori, usando il termine in modo assolutamente ingenuo, o - ancora meglio - uno dei primi scopritori casuali di tutto questo, mi ha permesso di vivere in pieno le evoluzioni successive del fenomeno, dall’accelerazione folle di metà anni ‘90 al successivo boom con tutto ciò che questo si è portato dietro in termini economici (l’illusione della “new economy“), comunicativi, sociali ed umani.
Pensare oggi a quel periodo di ubriacatura generalizzata, ai titoli in continua crescita, alla nascita di aziende prive di progetti (e profitti) super quotate in borsa, ai personaggi che circolavano e sparivano alla velocità della luce, ancora spaventa. Rileggere quegli anni, o almeno parte di essi, è come guardare un brutto film, un B movie americano o un horror nostrano. Soprattutto, è rivedere un periodo di promesse non mantenute e di idee sprecate in una insensata corsa alla realizzazione di profitti impossibili, come se il genere umano - o una parte di esso - fosse alla ricerca o avesse bisogno di una seconda età dell’oro.
Ma se da una parte questo è stato l’aspetto mainstream, condiviso e pubblico, di un fenomeno, dall’altra lo stesso ha visto il verificarsi di importanti sviluppi paralleli, certamente più silenziosi, di cui tutti però oggi possiamo apprezzare i frutti: l’open source, ad esempio, è ora tra le risorse più importanti della nostra società. Su di esso si basano molte delle comunità on line, dirette eredi delle vecchie e gloriose BBS; su di esso viaggiano le informazioni nella rete, in larga parte tenuta in piedi da sistemi operativi e applicativi server di questo genere (penso ad Apache ma anche a molte distro Linux). L’idea di una condivisione libera e collettiva del sapere e dei saperi nasce e si sviluppa proprio dall’ambiente dell’open source, che da strumento per la distribuzione di tecnologia diviene con il tempo una sorta di filosofia applicata ad ambiti diversi, fino a contaminare il mondo più ampio della conoscenza e delle arti, contribuendo al tentativo di ridefinizione di concetti chiave come la libertà d’espressione, l’accesso alle informazioni e alle risorse, la proprietà intellettuale e il dirittto d’autore (si pensi al Copyleft o alle Creative Commons, per citare un paio di esempi).
Credo quindi si possa dire che il periodo comunemente identificato con l’epressione “esplosione della bolla” e gli anni successivi fino ad oggi, sia un periodo caratterizzato oltre che dalla logica del profitto ad ogni costo, anche da importanti tentativi di rendere la rete una “rete di conoscenza”, di condivisione collettiva, di interazione, di relazioni, richiamando indirettamente quei concetti che - già negli anni ‘60 - pensatori visionari come Ted Nelson anticipavano.
Il mio lavoro per Agorà (come struttura facente parte del progetto Strada Sociale), riflette bene questa filosofia: l’approccio alla condivisione dei problemi e in generale delle questioni che riguardano il funzionamento delle risorse in una azienda (o di un progetto portato avanti da più aziende), lo rendono differente da quello di un tecnico, perchè un tecnico è una persona il cui obiettivo è risolvere un problema contingente, mentre qui, in questo spazio, il mio compito è risolvere lo stesso problema trasmettendo il metodo agli altri e - quando necessario e possibile - contribuendo alla crescita e alla creazione di soluzioni e modelli nuovi.
Nel contesto della mia attività, Strada Sociale rappresenta il punto di incontro, la linea di arrivo e partenza di un percorso iniziato anni fa, quando all’interno di questa struttura ci si iniziò a domandare se, come e perchè organizzare una presenza in rete, domanda che oggi ha trovato una risposta proprio in questo progetto. Strada Sociale, infatti, non “ha” un sito internet, se intendiamo questa definizione in senso “classico”; Strada Sociale, piuttosto, “è” - anche - un sito internet: si verifica una sorta di corto circuito mediatico, in cui la comunicazione diventa progetto e azione, e viceversa; il sito non più come vetrina ma come carta d’identità, modo di essere, stile. Non casuale diviene la scelta di uno strumento particolare come quello del weblog, perchè, come scrive Fabrizio Ulisse,
“i weblog sono come i fuochi di segnalazione che si usavano anticamente dalla cima delle colline per diffondere le notizie di paese in paese”.
Il weblog è uno strumento di condivisione, una finestra aperta, un incrocio di più strade, uno svincolo. E’ personale e collettivo al tempo stesso, aperto al confronto, al parere “altro”, al trattamento distribuito delle informazioni, delle conoscenze, delle risorse, risponde ad una idea di intelligenza collettiva. Così come gli architetti trasformano materialmente gli spazi fisici, la Strada - anche attraverso la rete - diviene architetto di se stessa creando un nuovo mezzo di comunicazione che non è più solo un computer connesso ad altri computer o un sito internet bello da guardare, ma - come affermava Tim Berners Lee:
“una creazione sociale, progettata per un effetto sociale: aiutare la gente a lavorare insieme”
dove lavorare deve essere letto in senso ampio, come “stare, fare, vivere”.
In una società che è sempre più spettacolo, travolta dalla pubblicità e con il pensiero annegato nei media tradizionali, il weblog (ma anche i social network in genere, pur non essendo propriamente sistemi “aperti”) si fa strumento per reinventare i legami sociali e trasportarli da un piano locale a un piano globale: ridefinizione importante perchè aiuta a colllocare l’idea stessa di identità in una dimensione immediatamente rilevabile dagli altri, contribuendo a sminuire gli effetti deleteri della definizione sommaria di identità, quasi sempre manifesti nella terribile distinzione “noi - loro”.
(Alessandro, Strada Sociale)
N.B: il post è stato ripreso e ricostruito da una stampa su carta, avendo smarrito il file originale con i riferimenti e le citazioni. L’autore si scusa per eventuali citazioni omesse ed è disponibile ad effettuare tutte le correzioni e modifiche gli vengano segnalate.